C’era una volta un uomo che viveva in un piccolo villaggio dell’Armenia, commerciava in tappeti come tutti gli altri abitanti del villaggio, ed aveva una certa reputazione locale di saggezza. Conduceva vita molto ritirata e viveva solo, finché a un certo punto decise di prendere moglie e sposò una ragazza di un villaggio vicino, di parecchi anni più giovane.
La loro vita scorreva tranquilla: ogni sera l’uomo tornava dalla sua bot-tega, e mentre la moglie preparava la cena faceva un po’ di musica.
Suonava uno strumento ad arco armeno simile alla nostra viola, e mai per più di una mezz’ora. La moglie ascoltava in silenzio, sorvegliando la zuppa o l’arrosto. A dire il vero le sembrò presto che in quella musica ci fosse qualcosa di strano, e voleva chiedere che cosa fosse, ma a quel tempo le donne non facevano domande indiscrete ai loro mariti. Una sera capì improvvisamente cosa stava succedendo: suo marito suonava una nota sola, sempre la stessa! Avrebbe voluto chiedere qualche cosa, ma non ne aveva il coraggio.
Così passavano gli anni, finché, dopo diciannove anni di matrimonio, non poté più trattenersi e parlò così: «Perdona la mia impertinenza, caro marito, ma è da tempo che vorrei rivolgerti una domanda. Ho sentito altre persone suonare il tuo strumento, ed anche altri strumenti.
È vero che a volte suonano note molto lunghe, ma non ho mai sentito nessuno suonare sempre la stessa nota, senza cambiare mai. Che modo di suonare è dunque questo?».
L’uomo la guardò a lungo, quasi incredulo, poi sospirando e scuotendo la testa rispose: «O donna, grande in verità è la tua impudenza! Tuttavia sappi che coloro che suonano molte note fanno così perché stanno ancora cercando la loro nota, mentre io la mia l’ho già trovata molto tempo fa».

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