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Estate

Sotto dura stagion dal sole accesa
Langue l’huom, langue ‘l gregge, ed arde ‘l pino,
Scioglie il cucco la voce, e tosto intesa
Canta la tortorella e ‘l gardellino.
Zeffiro dolce spira, ma contesa
Muove Borea improvviso al suo vicino;
E piange il Pastorel, perché sospesa
Teme fiera borasca, e ‘l suo destino
Toglie alle membra lasse il suo riposo
Il timore de’ lampi, e tuoni fieri
E de mosche, e mosconi il stuol furioso:
Ah che pur troppo i suoi timor sono veri
Tuona e fulmina il cielo grandinoso
Tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.

https://youtu.be/KYfNaL9lODs

La tavola di Piero – Nuovi racconti romani – Alberto Moravia

… Il pittore stava nel mezzo della stanza, guardandomi con occhi di basilisco: giovane anche lui, bruno, vestito come la ragazza, coi pantaloni di velluto e la maglietta. Disse a precipizio: “Siete venuto per la tavola?… ecco la tavola che dovreste fare…” Mi diede una pagina strappata da una rivista straniera la tavola era di tipo inglese, Chippendale, di quelle che si piegano dalle due parti. Mentre domandavo: “Di che legno vogliamo farla… mogano?… oppure un bel legno chiaro; per esempio: pero?”, mi accorsi che una valigia stava aperta sul sofà e che la ragazza andava e veniva dall’armadio, mettendoci dentro la roba. Il giovane rispose: “Mogano… oppure pero… insomma: un legno buono;” ma guardava lei e si capiva che non riusciva a pensare alla tavola. Disse con stizza: “Ma smettila una buona volta con questa commedia… rimetti la roba a posto.” “Non è una commedia… me ne vado.” “Lo sai che non te ne vai… allora perché tutto questo teatro?” “Te ne accorgerai tra un momento che non è teatro.” Così dicendo, lei continuava a gettare roba alla rinfusa dentro la valigia. Fingendo di assorbirmi nel disegno della tavola, cavai di tasca il taccuino e la matita e cominciai a schizzare una sezione del mobile. Il giovane, intanto, passeggiava su e giù; poi si fermò, prese cavalletto. Quindi diede un calcio, rovesciando cavalletto e tela. Lei disse, perfida: “Chi fa la commedia adesso? Ma non ti illudere… non hai distrutto alcun capolavoro.” Notai che per offendere ricorreva anche lei, esattamente come Giacomina, alle allusioni al mestiere. Continuai a disegnare la sezione: le gambe della tavola si spostavano di sotto e sorreggevano le parti pieghevoli quando la tavola era aperta. Non c’erano parti di metallo: tutti gli incastri erano di legno. Le gambe erano rotonde, leggermente affusolate, con i piedi voltati in fuori. Lei disse: “Invece di prendertela con le tue tele, faresti meglio ad aiutarmi a chiudere la valigia.” Lui si avvicinò come per aiutarla e poi, tutto ad un tratto, acchiappò la valigia con le due braccia e la scagliò nel mezzo dello studio urlando: “Eccolo il mio aiuto.” Adesso tutti i vestiti erano sparsi per terra. Lei disse con calma: “Ora li raccogli.” “Non raccolgo un corno.” “Signor falegname,” pregò lei allora, melliflua, “per piacere… mi raccolga quella roba… sia così gentile.” “Non toccate nulla,” urlò lui, fuori di sé, “se non volete che vi butto giù per le scale.” Un altro, al mio posto, che avrebbe fatto? Gli avrebbe fatto fare un volo per la finestra. Ma io provavo compassione di lui e, ancor di più, invidia. Era proprio lo stesso genere di scenate che ci facevamo Giacomina ed io, dieci anni prima, in quello stesso luogo. E questo era l’amore; e loro, come noi, non se ne accorgevano; e quando se ne fossero accorti, sarebbe stato troppo tardi. Risposi tranquillamente: “Io sono qui per la tavola… mi dica di che legno la vuole e me ne vado.” Lei gridò: “Ma sì… fatti la tavola… ci siederai solo… sta sicuro;” e improvvisamente si gettò sul sofà, singhiozzando, la testa tra le braccia. Lui, allora, fece quello che facevo io: le sedette accanto e la prese tra le braccia supplicando: “Su, Nella… sii buona.” Intanto si voltava verso di me e diceva: “Sì, facciamola di mogano… sta bene.” Soggiunsi, prima di andarmene: “Le misure sarebbero un metro e cinquanta per settanta… oppure la vuole più grande?… uno e cinquanta per settanta, viene una tavola per sei.” “Va bene… uno e cinquanta per settanta,” disse lui; intanto cercava di calmare la ragazza che, però, ad ogni sua carezza o parola rispondeva con un’alzata di spalle. Stavo per ritirarmi, quando la voce di lei, da sotto il braccio, ancora piangente ma imperiosa, gridò: “Ma io non la voglio di mogano… la voglio di pero.”

« L’acqua bagna, il fuoco brucia: è il dharma, come lo chiamano gli indiani…sarebbe a dire che ognuno fa le cose con i mezzi che ha. C’è gente che striscia nel fango e non può fare altro che inzaccherarti.»

Ritorno alla semplicità – Returning to simplicity

知其雄,守其雌,為天下谿。為天下谿,常德不離,復歸於嬰兒。知其白,守其黑,為天下式。為天下式,常德不忒,復歸於無極。知其榮,守其辱,為天下谷。為天下谷,常德乃足,復歸於樸。樸散則為器,聖人用之,則為官長,故大制不割。

 

Who knows his manhood’s strength,
Yet still his female feebleness maintains;
As to one channel flow the many drains,
All come to him, all beneath the sky.
Thus he the constant excellence retains;
The simple child again, free from all stains.

Who knows how white attracts,
Yet always keeps himself within black’s shade,
The pattern of humility displayed,
Displayed in view of all beneath the sky;
He in the unchanging excellence arrayed,
Endless return to man’s first state has made.
Who knows how glory shines,
Yet loves disgrace, nor ever for it is pale;
Behold his presence in a spacious vale,
To which men come from all beneath the sky.
The unchanging excellence completes its tale;
The simple infant man in him we hail.

The unwrought material, when divided and distributed, forms vessels. The sage, when employed, becomes the Head of all the Officers (of government); and in his greatest regulations he employs no violent measures.

Chi conosce la forza della sua virilità,
Eppure mantiene la sua debolezza femminile;
Per quanto riguarda il flusso di un canale, i numerosi scarichi,
Tutti vengono a lui, sì, tutto sotto il cielo.
Così egli mantiene l’eccellenza costante;
Il bambino semplice di nuovo, libero da tutte le macchie.

Chissà come il bianco attrae,
Eppure si tiene sempre all’ombra del nero,
Il modello di umiltà visualizzato,
Visualizzato in vista di tutto sotto il cielo;
Lui nell’eccellente immutabile schierato,
Ha fatto il ritorno senza fine al primo stato dell’uomo.
Chissà come splende la legge,
Eppure ama la disgrazia, né mai perché è pallido;
Guarda la sua presenza in una valle spaziosa,
A cui gli uomini provengono da tutti sotto il cielo.
L’eccellenza immutabile completa la sua storia;
Il semplice uomo infantile in lui ci saluta.

Il materiale greggio, quando è diviso e distribuito, forma vasi. Il saggio, quando impiegato, diventa il capo di tutti gli ufficiali (del governo); e nei suoi più grandi regolamenti non usa misure violente.

(Abbiate la forza dell’uomo ma mantenete la delicatezza della donna! Siate una valle sotto il cielo; in questo modo, la virtù non vi abbandonerà mai. Conoscete il bianco, mantenete il nero, e siate lo stampo del mondo. Essere lo stampo del mondo significa camminare perennemente nella virtù, senza mettere mai un piede in fallo, e ritornare poi all’infinito. Colui che conosce la gloria conservando l’umiltà agisce in accordo con il potere eterno. Essere la fonte del mondo significa vivere un’esistenza traboccante di virtù. Quando ciò che è senza forma la assume negli oggetti, governa il minimo).